mercoledì, ottobre 07, 2009
appunti di sensazioni
E la mattina il dolore si spegne sul fondo di una tazza di caffè.
L'odore delle tue dolci armi sul mio corpo mi terrà in vita fino al prossimo affondo, perchè sarà quando non mi uccideri più che morirò davvero.
domenica, aprile 05, 2009
e finalmente il blog riapre
Gentili lettori,
vogliate perdonare la frivolezza di questo ragionamento: è solo un gioco di riflessione, quasi un esercizio mentale, poco più di un sillogismo e sopratutto è solo un'introduzione.
E' una scusa per scrivere qualche racconto.
La ragione non si può vedere nè toccare.
Non direttamente. Posso vederne o toccarne le conseguenze, ma non la ragione stessa.
Eppure so di star ragionando.
Quindi la ragione esiste.
Ma qualcosa che esiste, seppure non potendola toccare nè vedere, si può confinare nell'immateriale?
Non può solamente essere ad un altro livello di esistenza?
Un livello che non è riconoscibile con i cinque sensi?
E se quindi la ragione esiste perchè confinarla spicciolamente nell'immateriale?
Perchè rinchiuderla poi nel cervello?
"Ragiona con la testa" si suole dire.
Quindi la ragione, senza farsi vedere e senza lasciare traccia viaggia nei vari organi.
Non si spiega altrimenti perchè bisogna specificare di usare la testa.
E questo spiegherebbe anche il significato dell'espressione "hai perso la ragione".
Evidentemente in una delle sue migrazioni la ragione si smarrisce.
Ma la domanda è a questo punto: perchè si ragiona con un organo piuttosto che con un altro?
Si dice che sia il bisogno ad aguzzare l'ingegno.
Se ne può dedurre che la ragione risieda nell'organo più bisognoso.
Chi ha fame ragiona con la pancia e chi è innamorato ragiona con il cuore.
Ma quando si pensa con la testa?
Forse quando gli altri organi sono tutti soddisfatti? Non credo.
Allora piuttosto non si ragiona più.
Può darsi sia quando si ha sonno?
Il bisogno di dormire viene dalla testa?
Effettivamente è prima di addormentarsi che si fanno le migliori deduzioni.
Ma ragionare con la testa non è un affare di pigrizia ma un premio per la stanchezza.
Ma se il ragionamento con la testa è dettato dal bisogno di dormire perchè si dice "lume" della ragione? Chi è quel matto che dorme con la luce accesa?
Capitolo 1
Era un giorno qualunque, di un anno imprecisato.
Nessuno contava più gli anni e non contandoli non si può peciò dire da quanto tempo.
Il calendario non esisteva più da quando era finita la guerra.
La quarta guerra mondiale aveva sconvolto il modo di vivere.
Nessuno, in un mondo decimato, credeva più a niente.
Nessuno contava più il tempo perchè non c'era più nulla da aspettarsi.
Non esistevano più governi, nè polizia.
Eppure nessuno più rubava o uccideva.
Un pessimismo nichilista era esteso a tutto il mondo.
Era mattina, questo si può dire.
La pioggia sottile cadeva con insistenza, testarda come una bambina viziata.
Davanti a lui una distesa di asfalto nero che si perdeva lungo l'orizzonte.
Avvolto in una leggera nebbiolina avvertiva il freddo umido permeargli i vestiti.
Tutto questo gli fece pensare a quando per la prima volta capì cos'era che gli ispirava i racconti e le poesie che scriveva.
Allora si trovava ancora in Imalia.
Era sera e mentre stava passeggiando mirando l'asfalto bagnato dopo la pioggia che rifletteva le luci artificiali, si sentì a suo agio e con una gran voglia di scrivere.
Se mai fosse riuscito a scrivere un libro è a via del pradello, che gli regalò quell'emozione, che l'avrebbe dedicato.
Ed ora che si trovava in Scanzia, lontano migliaia di chilometri, sentiva la nostalgia di luoghi ed emozioni dai quali aveva volontariamente voluto fuggire.
La Scanzia era una nazione fatta di città grigie sparse, disperse tra montagne e vallate.
Città popolate da gente che a lui non piaceva.
Ma lì era lontano, era al sicuro.
Lontano e al sicuro dagli occhi di Irina.
Solitario in quel deserto urbano si accorse di star pensando a lei.
Le donne dai nomi sovietici, ne era sempre stato convinto, hanno il potere dato loro da un fascino innato.
Come la musica suonata dalla fisarmonica di un gitano.
E' come vivere in uno spazio-tempo dalla forma di un foglio di carta appallottolato.
Si crede di star andando dritti ma si sta zigzagando all'impazzata.
E se qualcosa non va è come quando la carta finisce nel cestino.
Così era andato fin lì.
Lontano da Irina e da qualsiasi fisarmonica.
Lì al massimo sentiva suonare le cornamuse.
Odiava quello strumento: gli ricordava il lamento funereo dell'animale con cui erano fatte.
Mentre procedeva nel cammino e nei pensieri scorse un portico e vi si sedette sotto, al riparo.
Aveva ancora un bel po' di erbablù e mentre rollava una canna convenne che la guerra aveva migliorato le cose.
Non esisteva più legale ed illegale ad esempio.
E non misurando più il tempo era come non invecchiare mai.
V'era il nulla ed era la libertà.
La libertà di starsene per propria scelta in un posto che non ti piace.
Proprio perchè non ti piace.
Senza tempo in un posto senza emozione.
Poi chiuse gli occhi e pensò a lei.
Le volle parlare dedicandole una poesia.
Sei come una nuvola per me.
Ferma, immobile, ammirata persino dal cielo,
guardata con speranza dalle foglie.
Sei come una nuvola per me,
guardata con sospetto dalla gente.
Mentre ti lasci carezzare dai raggi del sole,
sotto un albero mi giovo della tua presenza.
Ti ammiro mentre mi ripari con la tua ombra
e mi delizi intarsiata dalla luce con cui giochi.
E ad un tratto aprì gli occhi e si sentì smarrito, come la ragione.
domenica, aprile 20, 2008
Passò due dita sotto le narici con un gesto che pindaricamente attraversava la linea di confine tra il turarsi il naso e l'asciugarlo.
Qualcosa è morto per sempre dentro di lui, qualcosa di nuovo è nato, qualcosa è cambiato, qualcosa si è consolidato. Ed il vortice delle sensazioni che questo gli portava gli perforava la bocca dello stomaco.
Pensò che chi gli diceva che non si può tornare indietro perchè la strada è a senso unico, si sbagliava. Ci sono sempre le traverse per girare attorno e reimboccare la strada.
Pensò altresì che chi gli dice che si può tornare indietro, perchè è come un disco che si può riascoltare, si sbagliava ancora di più: si riascoltano sempre le stesse canzoni.
Ma quando il disco non suona più, si minimizzano, quando addirittura non si idealizzano, anche le parti rovinate. E pur di riascoltare le belle note si è pronti a sopportarle come un romantico appartenere al dolce resto.
Decise che ci manca sempre qualcosa. Dedusse che il desiderio è sempre di ciò che è lontano e di cui rimiriamo solo la sagoma senza pregiarci della vista dei difetti.
Ma quelli non appartengono al prima nè tantomeno al dopo. Il desiderio del prima nasconde i difetti. Il desiderio del dopo li lima.
Ma gustare da lontano i desideri, quando appaiono senza macchia non ha senso alcuno.
Non ha senso rinunciarci prima. Tantomeno ne ha rimpiangerli dopo.
domenica, settembre 09, 2007
toni di grigio
Ero seduto chino sulla mia sedia, in camera.
Tutto intorno a me ha perso il colore, tutto è in toni di grigio: il tavolo, l'armadio.
Anche io stesso: adesso che mi guardo le mani, scopro di essere in toni di grigio.
Scorgo la finestra: il mondo, dietro il vetro, è ancora a colori.
Mi alzo di scatto, corro ad aprirla, mi affaccio: toni di grigio.
La richiudo: i colori non tornano.
Voglio andar fuori a vedere.
Attraverso la casa per guadagnare l'uscita.
Durante il tragitto mi imbatto in uno specchio, mi guardo: questo velo di barba mi dona di più in toni di grigio.
Scendo le scale di corsa e arrivo in strada.
Scruto intorno, vicino a me c'è un vecchio, anche lui in toni di grigio.
Lo guardo, mi guarda, sorride, gli domando:
"che fine hanno i fatto i colori?"
"Quali?" mi risponde, ride
"beh, il giallo, il rosso ad esempio"
"e che te ne fai dei colori? Questo è un racconto in toni di grigio. Non ci sono e anche se ci fossero non tene faresti nulla."
In un racconto, pensai, siamo in un racconto. E io, il vecchio, tutto ciò che ci circonda ed anche la mia sedia, il mio armadio, sono solo parole. Anche le nuvole sono solo parole.
Sollevo la testa a guardarle. Quasi me le immagino come macchie di inchiostro che scorrono sul foglio.
E io? Che parola sono io? Magari non sono nemmeno una parola, magari sono un segno d'interpunzione.
Ma perchè un racconto dovrebbe essere in toni di grigio o a colori? Non ha senso.
Riabasso la testa, il vecchio non c'è più.
Mi metto a urlare:
"Ho capito, non è un racconto, è la realtà, la vediamo in toni di grigio perché così ci sembra che sia la vita e così la accettiamo senza far nulla per cambiarla. Per questo poi diventiamo vecchi ed infine spariamo"
Funziona come i film di una volta questa vita, i toni di grigio dovrebbero solo stimolare la fantasia. E con la nostra fantasia dovremmo darle colore.
giovedì, giugno 14, 2007
Foucault
Attravero il mio corpo io vedo tutto il mondo.
Attraverso i miei occhi lo incontro.
Non solo posso estendere il mio sguardo fin dove la vista traccia un indefinito e annebbiato confine: ma vedo il mondo attraverso le parole impresse nelle pagine dei libri.
E' così che guardo lontano, attraverso i miei occhi, nello spazio e nel tempo.
Attraverso le mie mani lo incontro.
Non solo inseguendo le parole, con l'indice, riga dopo riga:
ma le mie dita stesse diventano le vette degli appennini e sui miei palmi si disegnano delta ed estuari.
Il mio corpo spiacevole topia.
Il mio corpo piacevole luogo invisibile che ogni istante mi mostra l'altro, l'altrove.
La mia fisicità, dispensatrice di quell'estraniante impossibilità di vedere dove sono, mi rende accessibile il resto.
Perché se il mio corpo occupa uno spazio, lo rende invisibile.
Così non vedrò mai dove sono, ma saprò sempre dove non sono.
E se saprò dove andare, giuntoci, non saprò di esservi se non da ciò che mi circonda.
Ma se sarai tu il luogo a cui andare, scoprirò di esser giunto da ciò che di tuo permeerà nel mio corpo.
E lo spazio da percorrere per arrivare sarà per me una spiacevole utopia:
perché in realtà, anche se mi piace convincermene e sperarlo, a te non arriverò mai.
lunedì, marzo 26, 2007
l'amico immaginario
E a che età l'avete abbandonato? Perché di solito lo si abbandona, no?
Io non mi ero reso conto di averne uno. Per questo forse non l'ho mai nemmeno abbandonato.
Che poi non è poi così immaginario.
Non so quanto tempo sia passato ma sono sicuramente parecchi anni.
Ero piccolo, me lo ricordo, quando fece la sua comparsa.
Non è che fosse in fondo tutta questa novità, in zona ce n'erano già altri, anche se magari non sono mai stati amici immaginari di nessuno.
O forse lo erano o lo sono tutt'ora di qualche casalinga.
Comunque la sua particolarità non sta nell'originalità.
La differenza è che i suoi simili sono tutt'ora più o meno in forza.
Lui invece, a causa, si dice, della piccola mafia di quartiere, chiuse subito i battenti.
Da allora è rimasta ancora l'insegna, ormai tutta impolverata, e la saracinesca rossa sempre abbassata, come un sipario che, celando il dietro le quinte,
lo lascia alla mia immaginazione e alimenta la mia voglia di scoprirlo:
non hanno aperto nulla al suo posto e io immagino che dentro vi siano ancora le casse e magari anche i prodotti sugli scaffali.
Ogni volta che torno nella mia zona, scorgo quell'insegna, ormai impolverata e quella saracinesca rossa, scorgo quell'eterotopia che mi fa sentire a casa.
Non ci avevo mai pensato al fatto che potesse essere un amico immaginario.
venerdì, febbraio 16, 2007
Teatro dell'assurdo
monologo introduttivo
L'attore è sul palco, tutto è buio intorno, solo lui, vestito di nero, è illuminato dal riflettore
"Volere è potere" afferma, guardando in avanti fisso in un vuoto Shakespeariano
"volere è potere" ripete, stavolta con meno sicurezza, quasi con triste intonazione
"Non basta volere per potere" riflette a voce alta, abbassando lo sguardo
"Delle volte volendo non si può, delle volte potendo non si vuole" discute con se stesso
"ma ciò che conta più di questo è che" fa una pausa, alza lo sguardo, sempre fissando il vuoto
"volere è sapere" afferma con ritrovata sicurezza
"e ancor di più è che" si sofferma, sorride
"sapere, è potere" afferma con ancora maggiore decisione
"Ma cosa ne sapete voi del volere" guarda il pubblico con distacco
"ma cosa ne sapete voi del potere" prosegue con disgusto
"del sapere poi" va avanti con alterigia
"ma cosa volete sapere" conclude
un attimo di pausa
"Ah no, non guardatemi stizziti" fa cenno col dito per rimarcare quanto detto,
poi continuando a gesticolare col dito, ma cercando quasi complicità, prosegue
"Ci avete mai fatto caso? Tutti sanno come si impara a parlare" aspetta un attimo in silenzio
"sentendo gli altri parlare" prosegue con un gesto indicando la banalità dell'affermazione
"Ma quanti di voi" passeggia come un investigatore, parlando come un professore
"sanno come si impara ad ascoltare?"
guarda il pubblico, poi indica una persona come se avesse detto qualcosa
"andando a teatro?" come se stesse ripetendo una risposta appena sentita
"andando a teatro?" marca l'interrogativa con un tono e un'espressione di delusione
ne indica un'altra
"no non si nasce ascoltatori, si nasce auditori" storce un po' il labbro
fa un gesto per indicare di voler lasciar perdere
"si diventa ascoltatori" spiega, come leggendo la favola ad un bambino
"dimenticando come si parla" accompagna l'affermazione con un gesto che ne indica la banalità
"e come si diventa pensatori?" afferma portando una mano al mento, poi, senza cambiar posa, sorride
fa cadere la mano dal mento, si lascia un po' andare, ed in tono confidenziale prosegue
"sapete" continua a sorridere
"voi siete un buon pubblico" mostra il pollice in su
"si, davvero, di solito van via prima" solleva le braccia
"non arrivo nemmeno a metà di quanto ho detto fin ora" porta le mani ai fianchi
"si alzano tutti nel momento in cui dico che il rinfresco a fine monologo era una scusa per attirare gente" fa spallucce
rimane un attimo in silenzio, porta la mano alla bocca e prosegue
"non ve l'avevo ancora detto?" tossisce, si mette in posa per recitare, un po' imbarazzato si guarda intorno: è come se qualcuno dalle quinte lo esortasse a far finta di nulla e proseguire. Poi fissa di nuovo il vuoto Shakespearianamente
"Ma voler poter sapere è poter voler sapere?" è dubbioso
"ma questo non è solo un ludico incrociarsi di verbi?" ancora dubbioso
s'interrompe
"ma davvero pensavate ci fosse? Il rinfresco dico" indica dietro le quinte
"beh se adesso pensate di volervi alzare e potervene andare" guarda il pubblico
"o vi sentite in diritto di zittirmi" prosegue
"beh" si sofferma
"andate, andate" accompagna le parole con un gesto attinente all'invito
"fate, fate" cambia il gesto sempre per accompagnare le parole
"certo, voi credete sia facile star qui, al buio, in piedi" piccola pausa
"con i vostri occhi puntati addosso, che contribuiscono non meno del riflettore a farmi sudare" prosegue tutto d'un fiato
"tanto voi siete a teatro" allarga le braccia
"si, voi siete a teatro" indica il pubblico
"mica io" indica se stesso poggiando una mano aperta sul petto
"Io dovrei star qui a recitare, fingendo che non ci siate e che quello che succede qui sul palco è tutto vero, è reale" alza la voce sull'ultima parola
"voi invece" pausa
"voi invece siete lì seduti a guardare, convinti che quello che dico sia tutto falso, che io non esista davvero" imita una faccia stupita, come se l'avesse vista agli spettatori
"si è così. Come se quello che state vedendo non fosse altro che una maschera, una finzione, un personaggio, qualcosa che non esiste nella realtà" incalza
"senza contare quelli tra di voi che invece credono che finita la recita io svanisca, perché di me non esiste che il personaggio" guarda il pubblico, serio
"io sono reale, e sono anche un personaggio. E' questo che vi mette in soggezione, non sapere se parla l'attore o la maschera" annuisce sicuro
"si io sto recitando, ma recito la parte di un attore" schiaccia l'occhio
"non venite a dirmi ch'è noioso" sorride
"eh no, vi sentite liberi di poter dire quello che volete, di criticare, di fischiare e andare via" gesticola
"solo perché avete pagato il biglietto?" stupito
"costa così poco la libertà di parola?" sgrana gli occhi
"allora da domani voglio fare lo spettatore anche io" annuisce compiaciuto
"niente più palco" lo indica
"niente più fischi" porta due dita alla bocca mimando un fischio
"niente più uova marce" finge di averne uno in mano e lo mostra
"farò la mia entrata" passeggia fingendo di entrare a teatro
"cercherò il mio posto" si siede sul bordo del palco
"e nessuno potrà più zittirmi" porta il dito al naso
"sst" fa gesto di no con un dito, poi mostra un immaginario biglietto
"ho il biglietto, ho comprato la mia porzione di libertà" lo agita avanti e indietro mentre parla
"ah, questo è il suo posto" è desolato
"mi scusi, si sieda pure" si rialza e torna al centro del palco, in gran forma
"a ciascuno il suo posto" allarga le braccia
"volere è sapere, sapere è potere" riprende il discorso, dialogando con tono cortese
"ma sapere, sapete, porta a due necessità" agita un dito
"condividere" alza un braccio a mezz'aria
"e lottare" stringe il pugno irrigidendo il braccio
"sapere ti porta sempre a dover stare in prima fila" apre la mano, il braccio rimane rigido
"ma non sempre sono rimasti biglietti" sventola di nuovo il biglietto immaginario
"allora per scavalcare le prime file" porta le mani ai fianchi
"rimane solo una possibilità" alza un braccio e solleva l'indice
"salire sul palco, per stare davanti a tutti, dove tutti ti possono vedere" passa l'indice sul pubblico, da sinistra a destra
"senza dover dare le spalle a qualcuno" indica dietro di se con il pollice
fa una piroetta di 180 gradi, mostra le spalle al pubblico. Si spegne il riflettore. Si chiude il sipario.
Si riapre poco dopo mentre contemporaneamente si riaccende il riflettore. L'attore non c'è più, al suo posto un tavolo pieno di vivande. Si accendono le luci.


